Pausa caffè? Elementare, Watson!

La pausa caffè durante le attività di lavoro è ormai una consuetudine che si è affermata nel corso degli anni ed è un rito che si ripete ad ogni latitudine del pianeta. Ma non è sempre esistita, anzi. Solo dagli anni ’50 in America si diffuse questa abitudine, che poi fu gradualmente “copiata” anche dagli altri Paesi. Nel gergo comune è meglio conosciuta come “coffe break” (pausa caffè), non solo perché durante i minuti di pausa che furono introdotti, il caffè era la bevanda più consumata, ma proprio perché a spingere per l’introduzione di questa pratica fu un’industria di caffè! Ed infatti, i consumi di caffè ebbero un’impennata spaventosa, fino ad attestarsi sui livelli attuali. Questa tendenza è aumentata costantemente nel corso degli anni, tanto che recenti sondaggi hanno dimostrato come la miscela nera sia la più gettonata nei luoghi di lavoro. A favorire questa preferenza, sono senz’altro le proprietà benefiche che il caffè ha sull’organismo. In particolare, come tutti sanno, la caffeina aumenta la soglia dell’attenzione e contrasta la sonnolenza.

Paradossalmente però, come abbiamo anticipato, a introdurre questa pausa non furono i lavoratori stressati che necessitavano di staccare qualche minuto dalle proprie attività, né tantomeno fu una conquista da parte dei sindacati per tutelare i loro diritti. La pausa caffè fu inventata di sana pianta da John Broadus Watson (1878 – 1958) uno psicologo comportamentista americano. In quegli anni era da tutti considerato uno dei padri di questa corrente, grazie ai suoi lavori sul condizionamento emotivo basato su stimoli e gratificazioni. Dal momento che Watson esercitava una notevole influenza mediatica, un’agenzia che operava per conto della Maxwell House (un ‘azienda americana fondata nel 1892 e che si occupa di commercio del caffè) chiese il suo aiuto per incrementare i propri ricavi.
Lo studioso, tra le altre cose, non vedeva l’ora di uscire dal laboratorio e testare le sue teorie sugli uomini e non più su inconsapevoli animali, e quindi accettò con grande entusiasmo questa proposta.
A quei tempi, il marketing era in una fase embrionale e proprio allora negli Stati Uniti faceva il suo ingresso collocandosi tra manodopera e commercio. Le teorie di Watson, che avevano suscitato l’interesse della società produttrice soprattutto per il loro potenziale “manipolatorio”, si rivelarono subito molto efficaci, per la felicità della Maxwell House e dei … lavoratori!
Il Dottor Watson affermava che concedendo agli impiegati una piccola pausa durante le attività lavorative, il loro rendimento sarebbe aumentato notevolmente e di conseguenza sarebbe migliorata la loro produttività. Ovviamente, gli effetti “miracolosi” del caffè avrebbero fatto il resto. Se era possibile condizionare scimmie e topi, a maggior ragione, attraverso stimoli emotivi e sensazione di piacere, sarebbe stato possibile condizionare i comportamenti dei lavoratori. Introducendo una finzione di libertà e fermando anche se per pochi minuti il lavoro, grazie alla pausa caffè, si sarebbe consolidata nei lavoratori l’idea di sentirsi maggiormente tutelati. Tutte quelle persone che godevano di quei pochi minuti di stacco, erano però inconsapevoli che per il settore del caffè la loro pausa rappresentava un incremento di profitto non indifferente. E alla fine vissero tutti felici, consumatori e contenti! A proposito … buona pausa caffè a tutti!

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